Piogge acide a Tianjin e dilagante inquinamento in Cina

“Studia il passato se vuoi prevedere il futuro”
Confucio

“La storia dell’umanità è quasi totalmente una narrazione di progetti falliti e speranze deluse”
Samuel Johnson

A distanza i poco più di una settimana dalla imponente esplosione avvenuta nella provincia di Tianjin, nel nord della Cina, in un deposito di carburante di un’area industriale, con 141 morti accertati, 90 dispersi e centinaia di feriti, le 700 tonnellate di cianuro di sodo saltate in aria, hanno prodotto una piaggia acida che determina arrossamenti ed orticaria a contatto con la pelle e mentre il governo continua ad affermare che non si sono superati i livelli di guardia, l’allarme da parte della stampa internazionale è molto alto ed i cittadini sono esasperati, non solo dal mancato intervento del governo, ma anche dalla mancanza di notizie certe sulla possibilità di contaminazione delle acque, con studi privati che indicano i valori di cianuro “più alti del doppio rispetto a quanto è considerato sicuro”.

La Cina resta uno dei paesi a più alto indice di inquinamento e col più basso grado di protezione ambientale ed individuale al mondo e la cosa sorprende considerando la grande attenzione ecologica delle due grandi filosofie che hanno composto quella civiltà: la Taoista e la Confuciana.

Linfen è una città mineraria dello Shanxi, una provincia della Cina nord orientale, dal cui sottosuolo si estraggono i due terzi del fabbisogno di carbone del Paese. L’intero Shanxi è inquinato dall’attività mineraria, ma fra tutte le sue città questa è forse la più contaminata.
Qui, infatti, si trovano concentrate centinaia di miniere di carbone, raffinerie e impianti siderurgici che rilasciano nell’atmosfera quantità di polveri e ossidi di zolfo che superano di diverse volte i limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

La stessa autorità ambientale nazionale ha classificato Linfen come la città con la peggiore qualità dell’aria di tutta la Cina. Il problema, però, non è solo l’aria, ma anche l’acqua: poiché l’industria ne assorbe quantità sempre maggiori gli abitanti ne hanno sempre meno, al punto che è razionata in molte città della regione. Ancora, nella provincia cinese dell’Anhui, si estrae e lavora il piombo. Da questa provincia deriva più o meno la metà del fabbisogno nazionale.

Lo si estrae dal sottosuolo e lo si recupera dalle batterie esauste. A causa dell’arretratezza delle tecnologie impiegate e della diffusa illegalità (anche dei processi industriali), grandi quantità di metallo vengono disperse nell’ambiente.

Dai controlli effettuati è stato rilevato che nella città principale, Tianying, il piombo si trova ovunque: nel suolo, nelle acque e persino in sospensione nell’aria, in minuscole particelle che possono essere facilmente inalate.

Concentrazioni di piombo che superano di diverse volte i limiti consentiti dalle stesse leggi cinesi sono state riscontrate nei raccolti, negli animali e nel sangue degli esseri umani.
Nello scorso mese di marzo Chai Jing, una ex-giornalista televisiva di 39 anni, ha prodotto a sue spese e pubblicato online un documentario sull’inquinamento in Cina: “Under the dome” (Sotto la cupola), dove spiega e mostra come in Cina vengano utilizzati carbone e petrolio di bassa qualità per risparmiare, e che ignoranza, apatia burocratica e mancanza di legislazione fanno il resto, proprio mentre il Paese continua a galvanizzarsi sugli investimenti che fa nell’energia pulita.

Quanto a questi ultimi, sottolinea un dato interessante: i funzionari cinesi sono giudicati per quanto fanno crescere il Pil, non sui risultati ottenuti. Ragion per cui sono molti gli investimenti che partono, ma pochi quelli che vengono seguiti e valutati nel tempo.

Questa è la realtà concreta dei fatti, con il 90% delle città cinesi ad altissimo tasso di inquinamento aereo e 400 villaggi definiti dalle stesse autorità “luoghi del cancro”. Inoltre, uno studio promosso dal governo di Pechino e poi segretato, conclusosi nel 2010, si evince che in Cina l’inquinamento attuale del suolo è ancora più preoccupante di quello di aria ed acqua. Dati ufficiali del 2006 ci dicono che un terzo del suolo coltivato cinese è pieno di arsenico e la situazione, negli ultimi anni, è decisamente peggiorata.

Ora c’è chi sostiene che il problema va rivisto in termini diversi e partendo dal fatto che il governo ha oltre un miliardo di bocche da sfamare, difendendo l’allontanamento dal tradizionale equilibrio fra uomo ed ambiente che ha contraddistinto per millenni la cultura cinese.

Costoro difendono il nuovo corso partito dal 1949 , quando la Cina, con Mao, intraprese uno sviluppo agricolo-industriale a tappe forzate e che raggiunse il suo apice iconoclasta con la disastrosa stagione della cosiddetta Rivoluzione culturale, cioè l’abbattimento delle ataviche istituzioni culturali necessario all’ammodernamento e alla nazionalizzazione di questo paese-continente, ma che nel lungo periodo non aprì tanto la strada alla creazione del giardino fiorito teorizzato da Mao, quanto quella della politica mercantile iniziata da Deng Xiaoping.

Un cammino mercantile in cui l’antica economia “di sussistenza”, ha subito e continua a subire un ripensamento globale, con uno sfruttamento improprio di uomo ed ambiente.

D’altra parte è noto che lo sfruttamento del lavoro umano è sempre stato un segno peculiare dell’economia cinese, dall’antichità ad oggi senza discontinuità, e come tale ha creato non pochi imbarazzi ai governi comunisti di Pechino e ai loro grandi proclami di equità sociale, quando si faceva loro notare che le cose non erano poi cambiate di molto rispetto al feudalesimo che si pretendeva d’aver abbattuto.
Lo stesso sviluppo della scienza cinese viene storicamente ricondotto alla necessità di ottimizzare il lavoro umano a vantaggio dello Stato e non di sviluppare il lavoro meccanico a profitto del capitale privato, esigenza questa che caratterizzò invece l’Europa dal Rinascimento in poi e portò all’abbattimento della condizione feudale.

Questa lunga gestazione per molti versi ricorda anche quella che guidò le società schiavistiche del mediterraneo a scarsissimo potenziale tecnologico.

Ma mentre per un certo tempo questa posizione ha saputo favorire un approccio più ecologico al consumo delle risorse, oggi non è più così.
E per giustificare tutto questo, gli attuali governi, hanno affermato che è prioritario creare lavoro piuttosto che salvaguardare l’ambiente e, rispolverando a loro modo Confucio, affermato che le esigenze dell’individuo sono sempre subordinate a quelle della collettività e che il singolo deve sempre vedere e il suo ruolo come inserito in un contorno di doveri verso la comunità in cui vive (e specularmene verso l’ambiente); contrariamente all’europeo/nordamericano che si accorda con quelli che considera i suoi diritti di singolo – di singolo consumatore per dirla tutta – ponendo gli effetti globali delle sue azioni come lontane conseguenze dell’azione di un’anonima massa di individui di cui si sente di fare parte a malapena. Una giustificazione sottile e per certi versi non priva di fascino, ma che porta, allo stato attuale di sfruttamento indifferenziato e inquinamento crescente, ad effetti non diversi da quelli del mondo occidentale, contro la cui logica sarebbe nato l’attuale corso culturale e politico cinese.

Letture consigliate

  • Benson L.: La Cina dal 1949 a oggi, Ed. Il Mulino, Bologna, 2013
  • Di Stanislao C.: Cineserie. Note e appunti sulla Cina di ieri e più recente, Ed. CISU, Roma, 2007
  • Russo L.: La rivoluzione dimenticata, Ed. Feltrinelli, Milano, 1998
  • Samarani G.: La Cina del Novecento. Dalla fine dell’impero ad oggi, Ed. Einaudi, Torino, 2008
  • Toaldo E.: Il ritorno di Confucio. L’enigma del miracolo, Ed. Riuniti, Torino, 1998.

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