Cultura Cinese: Xiao Zhen - Il Tesoro


Lanterne, ventagli e scatole cinesi. Lampi sul Cinema dell'Estremo-Oriente

Presentazione  -  Schede


"Sono i deboli e i confusi che venerano le finte semplicità della franchezza brutale"
Marshall McLhuan

"Il presente non contiene altro che il passato;
così, ciò che si scopre nell'effetto si trovava già nella causa"

Henri Louis Bergson



Sezione a cura di Italo Nostromo



Civiltà e paesi di grandi tradizioni hanno influenzato e influenzano tanta parte della nostra cultura, soprattutto oggi in un clima di cosmopolita creolizzazione.

Questi paesi continuano ad affascinarci e a destare la nostra curiosità e il nostro interesse, anche in campo cinematografico.

La fascinazione per l'oriente non è un fenomeno nuovo nella cultura e nell'arte occidentale: la necessità di superare le forme tradizionali della cultura europea attingendo all'esperienze di civiltà lontane è un dato costante nella ricerca figurativa del XIX e del XX secolo, a partire dal giapponismo di Toulouse-Lautrec (che fu fra i primi occidentali a praticare l'arte calligrafica e il disegno a china sullo stile giapponese) per arrivare alla sintesi lineare di Klee, fortemente debitrice nei confronti dell'arte tribale, passando per le suggestioni africane nella pittura di Picasso e di Modigliani.

E senza risalire alla "moda della Cina" tardo barocca, bisognerà riconoscere che sugli occidentali e sugli europei in particolare l'estremo oriente ha sempre esercitato con forza la sua attrazione: nella moda, nello sport, nell'arredamento, nel cibo ecc.

Ma riconoscere che questa fascinazione per l'oriente ha radici profonde nella cultura, nell'arte e nei costumi non è sufficiente a dar conto del fascino che il cinema dell'estremo oriente esercita oggi sui suoi spettatori. C'è qualcosa di più, qualcosa che attiene alla natura più intima di questo cinema, almeno nelle sue forme più popolari. E si tratta della fiducia nei dispositivi cinematografici di produzione del senso che in questo cinema si percepisce.

Detta in altri termini, nella capacità di questi di ricreare l'incanto del cinema. E, per converso, occorrerà individuare nel dis-incanto e nella sfiducia nel cinema le ragioni dell'inconsistenza di molto cinema occidentale di consumo.
Pertanto, inauguriamo questa nuova sezione in cui recensiremo vecchi e nuovi film cinesi e, in generale, orientali, alcuni molto celebri, altri sfuggiti al grande pubblico.

Il cinema Estremo-Orientale è permeato, si è detto, della malattia della memoria, del senso del ricordo ed insieme dell'estraneità della memoria.

I luoghi del passato sono evocati attraverso un presente malato e rimandano a una precarietà che riflette l'instabilità della società contemporanea.

Anche esteticamente questo cinema è animato da scelte precise. Si pensi all'estetica del primo piano (caro a Ejzenstein, Balazs, Deleuze, Ken Russell, Sergio Leone, Arthur Penn, Jhon Carpenter ecc.) [1][2], che considera il volto specchio e riflesso dell'anima, con una spettacolarizzazione del viso che si è dimenticata nel cinema occidentale[3]. Amiamo il cinema e lo consideriamo terapeutico e catartico, nel senso proprio ed aristotelico del termine.

Inoltre siamo persuasi che un film racconti meglio di molti scritti la cultura e l'evoluzione di un popolo e, pertanto, riteniamo molto utile e organica al sito questa sezione.

Il cinema ci ha parlato e ci parla di tutto ed è capace, più di altre arti, di far riflettere sui temi eterni e gli eterni interrogativi dell'uomo. Ci par di notare che, inoltre, il cinema orientale (Cinese, Indiano, Coreano, Vietnamita, Giapponese, Taiwanese, Indocinese e Tailandese), sia ancora permeato di innocenza, animato da uno stile intenso, virtuoso, magari ridontante, ma sempre autenticamente ispirato e in larga misura non furbo, ma diretto e sincero.

Elemento comune di questo cinema estremo-orientale è il disincanto, il riconoscimento dell'usura dei meccanismi tradizionali della narrazione e della produzione del senso, coniugata alla spinta a costruire nuove modalità di racconto. La sincera fiducia nell'efficacia comunicativa di un raccordo di montaggio, di una battuta di dialogo, di un commento musicale, il totale assegnamento che questi registi fanno sui dispositivi cinematografici sono quasi commoventi. E inevitabilmente affascinanti.

Pertanto, attraverso la recensione di alcuni film, intendiamo esprimere il nostro amore anche per questo tipo di "conservato candore".

In fondo attraverso una ri-scrittura di immagini e una ri-produzione di racconti, intendiamo continuare il nostro discrtoso su stile e memoria, un lavoro che non sia solo percettivama soprattutto introiettivo. In questo cinema essere non è soltanto essere percepito, ma soprattutto venire raccontato.

In effetti quello Estremo-Orientale è un cinema vario e complesso, che si presta in molti casi a diversi piani di lettura e che, quasi sempre, ci costringe a riflettere, a pensare, contro l'invasione di blockbuster asfittici, soffocati dall'ansia di "fare grande, rumoroso e spettacolare successo".

Il cinema cha qui intendiamo presentare parla, spesso metaforicamente, dell'anima umana, come del lavoro congiunto di uno scrivano che registra tracce (percezione produttiva) e di un pittore che illustra queste tracce per immagini (percezione creativa)[4]. Potremmo definire il cinema che presenteremo in questa rubrica "tracce per una ricerca sull'uomo", attribuendo al qualificativo il significato di Jacques Deridda[5]: "elemento né sensibile né intelligente, ma che può divenire l'uno e l'altro; ovvero possibilità di entrambi".


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Note
[1] Deleuze G.: Cinema 1. L'immagine-movimento, Ed. UbuLibri, Milano, 1984.
[2] Balazs B.: Il film. Evoluzione ed essenza di un'arte nuova, Ed. Einaudi, Torino, 1979.
[3] Bruno M.W.: Lo specifico del volto. Il primo piano e lo specchio dell'anima, Segno Cinema, 1999, 98: 17-21.
[4] Ferraris M.: Estetica razionale, Ed. Cortina, Milano, 1997.
[5] Derida J.: Margine della Filosofia, Ed. Einaudi, Torino, 1980.

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