Integrazione e disintegrazione in Cina

Di Carlo Di Stanislao

Integrazione e disintegrazione della Cina

Chi mi adula è mio nemico;
chi mi rimprovera è mio maestro

Confucio

Un venerabile maestro cinese ha insegnato che, per praticare in maniera efficace qualsiasi arte, devi comprenderla a tre livelli differenti; quello tecnico o fisico, quello ideativo o mentale e, alla fine, quello integrale o spirituale.
Anche se si sovrappongono, generalmente, questi livelli di comprensione sono consecutivi; vale a dire che devi compiere dei progressi sostanziali a un determinato livello prima di cominciare a dirigerti verso quello successivo

Lou Marinoff

La Cina ha occupato, recentemente e in maniera decisamente rilevante, le pagine della stampa e dei media internazionali a causa di eventi di portata davvero planetaria: alcuni sono stati a lungo attesi e preparati, come le Olimpiadi di Pechino, mentre altri sono sembrati scoppiare tragicamente improvvisi, come l’esplosione delle violenze nella regione autonoma del Tibet e il terremoto nello Sichuan. Eventi che hanno occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, mobilitando l’opinione pubblica internazionale sia per la difesa dei diritti umani, sia per gli aiuti umanitari, e infine per il trionfo dello sport sulla politica. Questi eventi hanno costituito anche occasioni per affrontare temi a volte poco conosciuti, stimolare interessi per argomenti solitamente poco affrontati e tentare di superare le banalità di quelle conoscenze rapide e superficiali che facilmente si cristallizzano in comodi stereotipi.

Se pochi sono i dubbi che il secolo attuale sarà il “secolo cinese” non vi è unanimità quando si tenta di definire la natura e la direzione dello sviluppo economico della Cina e di interpretare le sue relazioni con l’attuale potenza egemone, cioè gli Stati Uniti. Il binomio sino-americano (che alcuni analisti hanno definito G2) vede, da una parte, l’indiscussa egemonia economica e militare degli Stati Uniti, dall’altra, e allo stesso tempo, la sua debolezza in quanto formidabile debitore netto rispetto all'”amico-nemico” asiatico. Gli autori di questo libro tentano di fornire alcuni utili strumenti interpretativi del modello di sviluppo cinese e del confronto che impegna i due soggetti ‘egemoni’ relativamente a questioni cruciali quali la sicurezza e la pace della comunità internazionale.

In definitiva, tutto ci dice che lo studio della storia moderna e contemporanea della Cina conosce uno sviluppo senza precedenti, anche a seguito di significativi mutamenti di prospettiva sul presente e sul passato recente. Ne risulta un’immagine dell’evoluzione storica della civiltà cinese che non solo cancella stereotipi ed equivoci, ma conduce a interpretazioni innovative sulla posizione della Cina nel mondo contemporaneo e sulle trasformazioni problematiche che la transizione verso la modernità tuttora comporta.

Continuano le turbolenze nello Xingjiang, regione autonoma della Repubblica Polare Cinese a prevalenza iugura e, quindi, di religione mussulmana, celebre, nella storia recente, per le due rivolte di Baren, del 5 aprile 1990, durante la quale si registrarono 50 morti e per quella di Ghulja, il 5 febbraio 1997, quando un migliaio di uiguri si scontrarono con la polizia militare ed ancora per le bombe sui bus di Ürümqi del 25 febbraio 1997 che provocarono 9 morti e 68 feriti e per i violentissimi scontri del 5 luglio 2009, fra gli abitanti di etnia han e uigura; con la morte di ben 156 persone. Di recente l’opposizione uighura esule in America e nel mondo ha trovato la sua voce nella pasionaria e scrittrice Rebiya Kadeer,, già imprenditrice di successo in Cina e deputata all’Assemblea del Popolo, ove tenne nel 1997 un duro discorso a porte chiuse di fronte alla dirigenza cinese, a seguito del quale ebbe a conoscere il carcere e più tardi l’esilio negli Stati Uniti.

Nello Xingjiang, lo scorso 30 aprile, è tornato l’incubo terrorismo, con un attentato alla stazione di Urumqi, capoluogo della provincia settentrionale, in cui sono morti due assalitori ed un civile, con la stampa cinese filogovernativa che ha parlato dell’estrema opera di “estremisti religiosi”, sottoposti all’influsso di “indipendentisti sovvervisi”. L’attentato è avvenuto subito dopo la partenza del presidente Xi Jinping, in visita ufficiale di 4 giorni nella regione dalla regione, prima visita sua in questa area turbolenta, durante la quale aveva invitato la popolazione a “comprendere meglio l’indipendentismo”. Come ricorda Asianews.it, la provincia del Xinjiang è una delle più turbolente di tutta la Cina, con 9 milioni di iuguri, etnia turcofona e di religione islamica, che ha sempre cerca di ottenere l’indipendenza da Pechino. Il governo centrale, da parte sua, ha inviato nella zona centinaia di migliaia di cinesi di etnia han per cercare di renderli l’etnia dominante, imponendo, inoltre, serie restrizioni alla libertà religiosa, alla pratica musulmana, all’insegnamento della lingua e della cultura locale.

Lo scorso 1 marzo 2014, un attacco contro la stazione ferroviaria di Kunming portato avanti da uomini armati di coltello ha provocato 29 morti e più di 150 feriti; il 28 ottobre 2013, l’esplosione di un suv in piazza Tiananmen ha fatto altre 3 vittime. Secondo Adnkronos, nell’attentato del 30 aprile, vi sono stati oltre che a tre morti, ben 179 feriti e a seguito delle immediate indagini della polizia, si è già proceduto a centinaia di arresti.
Il giorno dopo l’attentato, il presidente cinese Xi Jinping ha esortato le forze di polizia a prendere “misure risolutive per distruggere terroristi violenti”. Di certo, la Cina, che pare abbia superato già ora e con 5 anni di anticipo sui suoi programmi gli USA quanto a pil, vive molti problemi a varie contraddizioni, come, ad esempio quello delle minoranze etniche e religiose.

Un altro problema spinoso, oltre a quello relativo ai tassi di inquinamento, è quello della carenza di donne, con necessità di “comprarle” dai paesi vicini. Per trent’anni la legge sul figlio unico e la preferenza maschile hanno afflitto questo paese ed ora le donne sono in netta minoranza e non ce ne sono a sufficienza per tutti, con il risultato che si è intensificata la tratta da paesi vicini, soprattutto Vietnam e Cambogia, con donne rapite o acquistate per andare spose a uomini cinesi. Sappiamo infatti che sono trentasette milioni gli uomini in più rispetto alle donne, frutto della politica del figlio unico che, per trent’anni, è stata attuata dal governo (abolita nel 2013), che ha fatto leva sull’antica cultura patriarcale cinese e sul potenziale socio economico che un uomo ha inevitabilmente di più rispetto ad una donna, soprattutto in quelle aree povere e rurali in cui la forza fisica è indispensabile alla sopravvivenza, attuando un silenzioso genocidio.

In questo modo le madri che scoprivano di portare in grembo una figlia femmina erano costrette ad abortire dalla famiglia del marito, con la pena, qualora avessero deciso di portare avanti la gravidanza, di essere abbandonate dal proprio coniuge. Un vero e proprio genocidio di genere, quindi, molte donne sono state spesso costrette ad abbandonare le proprie figlie o a venderle con il rischio di destinarle alla tratta della prostituzione. Ora gli uomini cinesi non trovano moglie e quindi si affidano alla tratta da paesi vicini, con donne costrette per necessità a sposare uomini che non conoscono e che non amano, e che, spesso, spesso ricorrono al suicidio.

La Cina, infatti, ha il tasso più alto di suicidi femminili al mondo, con più di cinquecento donne al giorno che si uccidono ed un numero in continuo aumento. I suicidi sono dovuti anche agli aborti e alle sterilizzazioni forzate, nonché ai numerosi abusi sessuali. Nonostante, infatti, la legge sul figlio unico sia stata abolita, la preferenza del figlio maschio continua ad essere importante e molte donne, nelle zone rurali, vengono ancora costrette ad uccidere le proprie bambine per sopravvivere.

Tornando al problema etnico e rammentando che la Cina è un paese multietnico, ricordiamo che mediaticamente famoso è quello tibetano, situazione molto complessa e contorta e certo marcio ed amoro di decenni di politiche sbagliate. In teoria, infatti, sotto l’unitaria direzione statale, si applica l’autonomia regionale etnica nei luoghi dove si concentrano le varie minoranze etniche, applicando il diritto dell’autonomia e istituendo organismi autonomi, con lo stato garantisce alle località autonome etniche di applicare, secondo la situazione reale, le leggi e politiche statali; allenare una gran quantità di quadri ai vari livelli, i vari tipi di personale specializzato ed operai tecnici delle minoranze etniche.

Ma, nella pratica, le varie minoranze sono inibite nello sviluppo di vere autonomie linguistiche e religiose, legate al concetto base che, insieme al popolo di tutto il paese e sotto la direzione del partito comunista cinese, esse debbono svolgere la costruzione della modernizzazione socialista, accelerando lo sviluppo economico e culturale stabilito dalla direzione centrale. Pertanto il problema è di natura religiosa e sociale e tutti i segni recenti, in Tibet come nello Xingjiang, sembrano indicare, nonostante l’opinione comune sostenga che il PCC, dalla morte di Mao, sia riuscita a contenere il problema, vi sono chiari e reiterati segni che questo lavoro di contenimento è destinato a saltare in virtù dell’attuale situazione nella quale le forze del libero mercato intensificano comunicazione, competizione e mobilità.

Le politiche attuali che riguardano le minoranze etniche sono basate sulle teorie marxiste-leniniste e l’esperienza dell’ex Unione Sovietica. Il PCC ha però sinizzato alcuni aspetti importanti della teoria marxista-leninista sulla cosiddetta questione nazionale (民族问题), in particolare Mao e altri leader hanno fermamente escluso qualsiasi forma di federalismo per le minoranze, in base al principio per il quale l’unità dello Stato è il massimo valore politico e fattore primo dell’interesse nazionale. Hanno optato, invece, data la schiacciante maggioranza di Han, per una forma più circoscritta di autonomia etnica. Il sociologo Fei Xiaotong descrive la composizione del popolo cinese con la formula 多元一体 (duo yuan yi ti), “origini multiple, un solo corpo”. Mentre la consapevolezza di questa forma nazionale è relativamente recente, la sua “configurazione pluralistica ma unificata” è “il risultato di un processo storico millenario” .

Più di tremila anni fa un nucleo della civiltà cinese nella valle dello Huang He, il Fiume Giallo, ha cominciato ad espandersi fondendosi con le popolazioni circostanti. Il risultato è l’attuale razza cinese (中华民族Zhong hua min zu): un mosaico di cinquantasei gruppi etnici o minzu distinti, indivisibili e teoreticamente uguali. In realtà le tessere del puzzle multiculturale cinese sono tutt’altro che proporzionate ed armoniose: la RPC ospita, innanzitutto, una singola schiacciante maggioranza, denominata Han (汉), che rappresenta il 92% della sua popolazione complessiva, i restanti 114 milioni appartengono ad una delle cinquantacinque altre minoranze etniche (uiguri, musulmani di lingua turca, tibetani, hui, musulmani sinizzati, mongoli, zhuang) ognuna delle quali può essere rappresentata da poche migliaia fino a diversi milioni di persone, la maggior parte delle quali sono concentrate nelle regioni di confine.

Ma Rong, professore e preside della Facoltà di Sociologia alla Beijing University, espone un problema concettuale nell’uso del termine cinese minzu 民族, usato allo stesso tempo sia per riferirsi all’insieme della nazione e razza cinese (中华民族) sia per i sessantasei gruppi etnici (五十六个民族) auspicando l’introduzione, a livello lessicale, di una netta distinzione tra la “nazione” e i diversi “gruppi etnici” che condividono una cultura ma possono trovarsi a vivere in una o più nazioni. Ma Rong propone il neologismo zuqun (族群) per riferirsi alle diverse comunità etniche all’interno della Cina, considerando quest’ultima come una società multiculturale piuttosto che uno stato composto da più nazioni. Il sociologo ritiene che la fragile situazione delle relazioni etniche sia il più grosso problema sociale per la Cina contemporanea: attraverso una serie di politiche guidate da buone intenzioni ma in fin dei conti sbagliate, lo Stato-partito ha inconsapevolmente creato due Cina, una han e una delle minoranze.

Ad esempio, il sistema dell’istruzione è diviso in scuole per studenti di etnia han e scuole minzu, dove gli studenti appartenenti alle minoranze etniche possono essere educati nelle loro lingue. Questa struttura duale han/minzu amplifica le differenze etnoculturali e contribuisce al conflitto sociale e ad una generale mancanza di mutua interazione e comprensione. Ma Rong ritiene che, nel seguire ciecamente la strada indicata dall’ex URSS, il PCC si sia allontanato dalla tradizione confuciana che, come già ricordato, ritiene l’identità determinata dalla cultura e non dall’appartenenza etnica. L’istituzionalizzazione dei gruppi etnici, invece, ha creato barriere concrete all’integrazione tra i membri di diversi gruppi etnici.

Secondo Rong, il pericolo principale della Cina è quello di seguire URSS e Jugoslavia sulla strada della disintegrazione nazionale. Hu Anggang, fondatore e direttore dell’Institute for Contemporary China Studies alla Tsinghua University, descritto come un uomo di centro-sinistra, che già dal 2011 ha auspicato l’introduzione di una seconda generazione di politiche etniche per rafforzare un’identità nazionale condivisa ed insieme al suo collega Hu Lianhe, propone la “melting pot formula” (大熔炉摸式) già sperimentata in Brasile, India, Stati Uniti, con un pluralismo culturale garantito è pwermesso, ai singoli, di mantenere le proprie tradizioni culturali, senza che vi siano istituzioni, leggi e privilegi basati sull’appartenenza ai diversi gruppi etnici ed incoraggiando, invece non la fusione etnica, ma un senso di appartenenza nazionale.

Ci dicono gli esperti che, azzardare una previsione su quelle che saranno le posizioni e gli orientamenti del nuovo presidente Xi Jinping in materia di politiche etniche non è esercizio facile ma, osservando che le attuali misure sono strettamente associate all’eredità dell’ex Segretario Generale Hu Jintao, si può ritenere che un deciso cambiamento rispetto al passato significherebbe quasi un disconoscimento dell’eredità di Hu e del suo mentore in questo campo Hu Yaobang. Ad orientare il partito, invece, verso un cambiamento nel lungo periodo e significative riforme in campo di politiche etniche potrebbe essere l’influenza di Jiang Zemin, soprattutto se il suo protetto Xi Jinping dovesse riuscire a consolidare in breve tempo la sua posizione e il suo potere.

Con le sue affermazioni sul cosiddetto China Dream (中国梦), Xi ha sottolineato la necessità di “percorrere la via cinese”, “coltivare lo spirito cinese” e “consolidare il potere cinese”; non è, per ora, chiaro come questo influenzerà la vita e la situazione della minoranze etniche. Wang Zhengwei, etnicamente uno hui, musulmano di lingua cinese, da nuovo capo della State Ethnic Affaire Commission, ha sottolineato come, nel fare di questo sogno la realtà, i cinesi debbano lavorare sull’unione dei sessantasei gruppi etnici prefigurando all’orizzonte significativi cambiamenti senza menzionare alcun provvedimento specifico.

La forte componente nazionalistica che traspare dall’interpretazione di Xi Jinping del sogno cinese lascia pensare che la sua amministrazione possa basarsi su un modello di riforme e innovazione influenzato da valori asiatici piuttosto che occidentali. Xi Jinping, infatti, sembra essere particolarmente affascinato dal modello Singapore, che condivide con la Cina i valori asiatici e confuciani, caratterizzato dall’importanza dell’interesse nazionale e dell’uguaglianza rispetto agli interessi individuali e dei piccoli gruppi. La città-stato monitora da vicino le pratiche etniche e religiose mentre, attraverso una serie di esplicite politiche di integrazione, sostiene la creazione di un forte senso di appartenenza nazionale.

Letture consigliate
AAVV: Studiare la Cina oggi. Società, politica, lingua e cultura, Ed. Franco Angeli, Milano, 2009.
Benson L.: La Cina dal 1949 a oggi, Ed. il Mulino, Milano, 2013.
Bhattachorji P: Uighurs and China’s Xinjiang Region, Council on Foreign Relations, New York, 2010.
Cavalieri R.: La klegge e il rito. Lineamenti della storia del diritto in Cina, Ed. Einaudi, Torino, 1999.
De Giorgi L., Samarani G.: La Cina e la storia. Dal tardo impero ad oggi, Ed. Carocci, Milano, 2005.
Di Stanislao C.: La filosofia politica nel confucianesimo, 2005.
Greselin F.: Album di famiglia. Il sentimentalismo nella cultura popolare della Cina d’oggi, Ed. Cafoscarina, Venezia, 2002.
Iannini G., Salvini G.: La Cina oggi. Una potenza al bivio tra cooperazione e antagonismo, Ed. Rubattino, Milano, 2013.
Lanciotti L. (a cura di): Sviluppi scientifici, prospettive religiose, movimenti rivoluzionari nella Cina da Marco Polo a oggi, Ed. Olschki, Milano, 1975.
Rong M.: A New Perspective in Guiding Ethnic Relations in the Twenty-First Century, Asian Ethnicity, 2007, 8.3: 199-217.