Commemorazione del prof. Ulderico Lanza
 


 

“Aspettami.
Io non mancherò di incontrarti, nel profondo”

E.A. Poe

 

Si è spento a Torino il 3 settembre scorso, dopo breve malattia, il prof. Ulderico Lanza, fondatore nel 1968 della Società Italiana di Agopuntura, maestro di rinosciuto valore internazionale, collaboratore ed amico di grandi pionieri fra cui, primo ma non unico, Nguyen Van Nghi.

Non ho mai conosciuto di persona il prof Lanza ma di lui mi parlava il mio maestro Corrado Sciarretta, che gli fu vicino, con Franco Caspani, nell’organizzazione del 1° Corso di Agopuntura presso l’Istituto di Anatomia dell’Università di Bologna nel 1974. Inoltre ho letto tutti i suoi libri (ben 16) e riflettuto su molti suoi articoli, commenti, introduzioni. Era un uomo pratico il prof. Lanza, concreto, come si addice, scriverebbe Mario Soldati, ad un figlio di Torino.

La sua conoscenza della Medicina Cinese era fatta di cose pratiche, lineari, solari, senza tortuosità o anfratti. Il contrario, forse, di certe ellitticità e sottigliezze care a chi, di impostazione “sorbonica”, aveva immaginato un modo forse troppo arzigogolato di ragionare.

Fra tutti i suoi testi quello che più spesso ho passato in rassegna, tanto da stazzonarlo e renderlo logoro in più punti, è dedicato ai punti fuori meridiano.

Argomento complesso, trattato da altri in modo evasivo, ma da lui reso pratico, utile, clinicamente e prontamente erogabile.

Anche le sue note alle note di Van Nghi nella Edizione Italiana del 1° Volume del Sowen (Edizione Espansione del 1974) ci rivelano un temperamento che vuole semplificare, smussare, eliminare il surperfluo.

Ho riletto di recente  un suo lavoro della metà degli anni ’70 (su le Mensuel) sull’impiego, in gravidanza, di punti considerati “proibiti” (60BL e 6SP) nel trattamento delle sciatalgie.

La sua conclusione (nessun accenno a travagli abortivi) è disarmante e rivela un temperamento che sarebbe stato caro a Magendie: “se incontro un fatto che contraddice una teoria, prendo il fatto e lascia la teoria”.

Ha scritto Enzo Biagi (a proposito di Fellini) che “ogni lutto restringe un poco il nostro mondo”. La morte del prof. Lanza restringe di molto il mondo di noi agopuntori.

Ho gia avuto modo di ricordare che dolore indica lacerazione, taglio ed insieme “dedalo”, percorso difficile da compiere a causa di una “assenza”.

Ora le assenze che la mia generazione annovera sono davvero tante ed i “fari” di riferimento sembrano tutti spenti. 

Ma se una cosa ho imparato negli anni è che ogni cosa compare e scompare a tempo debito, come segnale, come evento simbolico, come ammonimento preciso.

La morte di Lanza è un monito (dopo quella di Morandotti, Van Nghi, Faubert) per noi che restiamo.

Dobbiamo crescere ed essere in grado di prendere, con modesta fermezza, il loro posto.

 

Carlo Di Stanislao